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IL CORONAVIRUS E LA SANITA’ IN SICILIA

Il nuovo Coronavirus, ufficialmente chiamato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) con il nome di COVID-19, è un nuovo ceppo di Coronavirus che prima d’ora non era mai stato identificato nell’uomo.

Tale virus si è sviluppato per la prima volta nel 2019 tra Novembre e Dicembre a Wuhan, in Cina.

Il Ministero della Sanità informa che i sintomi caratteristici sono febbre, tosse secca, difficoltà respiratorie e, nei casi più gravi, si arriva ad una polmonite, sindrome respiratoria acuta grave, insufficienza renale e persino la morte.

Il 31 dicembre 2019 le autorità sanitarie cinesi si sono trovate davanti ad un focolaio di casi di polmonite, informando successivamente, il 9 Gennaio 2020, la presenza del nuovo virus come causa di tali patologie.

Dal mese di Gennaio il virus è iniziato a propagarsi anche in Europa, e in Italia ufficialmente il 21 Febbraio, precisamente a Codogno, provincia di Lodi.

Il paziente zero d’Europa molto probabilmente è un uomo tedesco, che a Gennaio ha presentato sintomi come febbre alta e problemi respiratori.

In Sicilia il 25 Febbraio è arrivata la notizia da parte del Presidente della Regione, Nello Musumeci, del primo caso di contagio nell’isola, precisamente a Palermo, a danno di una turista bergamasca, arrivata in città prima dell’emergenza in Lombardia.

L’Oms l’11 Marzo ha dichiarato lo stato di pandemia, ovvero “l’epidemia si sta diffondendo al di fuori delle misure di contenimento messe in atto in più paesi del mondo”.

Nel mondo oggi si contano più di 335mila contagi, e più di 14631 morti.

In Italia siamo di fronte a 59138 persone risultate positive al tampone del virus, 5476 deceduti e 7024 guariti.

Particolarmente, in Sicilia vi sono 630 positivi, 8 deceduti e 26 guariti.

In Italia i contagiati aumentano sempre più, e il 9 Marzo è nata l’ordinanza restrittiva da parte del Governo di quella che è stata definita come “Italia zona protetta”, dalla quale gli italiani hanno dovuto adattare uno stile di vita del tutto nuovo: tutti gli spostamenti sono vietati, se non per comprovate necessità, in tutto il Paese (come era già avvenuto precedentemente in Lombardia e nelle 14 provincie focolaio dell’epidemia di Coronavirus).

Nasce così il Decreto #Iorestoacasa, in cui rimangono aperte solamente le attività commerciali che riguardano beni di prima necessità, tra i quali, oltre a supermercati e farmacie, anche negozi di ferramenta, colorifici, profumerie (di prima necessità?).

Rimangono anche aperte tutte le fabbriche in Italia.

Ma come riesce la Sicilia a contrastare una situazione di pandemia?

Partiamo intanto dalla sanità italiana, per poi arrivare a quella in Sicilia.

La Fondazione Gimbe, fondazione di diritto privato costituita dall’associazione Gruppo Italiano per La Medicina Basata sulle Evidenze, ha affermato che “nel decennio 2010-2019 il finanziamento pubblico del SSN è aumentato complessivamente di 8,8 miliardi di euro crescendo in media dello 0,9 per cento annuo, tasso inferiore a quello dell’inflazione media annua pari a 1,07 per cento”, quindi “più che tagliare la spesa sanitaria, i governi degli ultimi anni hanno lasciato che fosse l’inflazione a ridurla di anno in anno”.

Nel 2012 il governo Monti ha previsto un taglio alla Sanità pari a 25 miliardi di euro (30 mila posti letto in meno), giustificando di voler mantenere il bilancio in equilibrio ed eliminare sprechi ed inefficienze.

Nel 2014 in Friuli Venezia Giulia il centro-sinistra vara una riforma che prevede la chiusura di punti nascita e la riconversione di quattro Pronto Soccorso in punto di primo intervento, provocando così la riduzione dei posti letto.

Nel 2015 l’ex Commissario alla spending-review, Carlo Cottarelli, afferma che sono possibili tagli alla sanità per 3-5 miliardi “senza stravolgere il sistema e senza contare i risparmi sugli acquisti di beni e servizi del settore sanitario”.

Anche Chiamparino, Presidente della regione Piemonte, affermò che “la manovra è insostenibile per le Regioni a meno di non incidere sulla spesa sanitaria, che rappresenta l’80% della spesa regionale”.

Il Governo Prodi, nella legislatura 2006-2008, ha tolto alla sanità pubblica siciliana 600 milioni di euro l’anno. Apprendiamo così che dal 2009 ad oggi ci sono stati tolti 8 miliardi di euro.

I tagli alla sanità italiana sono stati pari a circa 37 miliardi di euro: di questi, 8 miliardi li hanno scippati alla sola sanità pubblica siciliana”.

L’attuale Governo regionale ha accantonato 115 milioni di euro l’anno dalla sanità per pagare i mutui ai Comuni.

Nella provincia di Messina, a fronte dei 237 milioni previsti nella Regione, sono stati tolti 20 milioni di euro, provocando così l’eliminazione di 400 posti di lavoro nella sanità.

Questo ha causato l’immediato intervento dei deputati Antonio Catalfamo e Tommaso Calderone, rispettivamente Lega-Salvini Premier e Forza Italia, i quali hanno affermato che “la sanità non si tocca. Davanti a una situazione grave come quella rappresentata, ogni altro tema politico diviene secondario”.

Inoltre il blocco delle assunzioni di medici italiani ha portato l’Italia ad essere il Paese europeo con i medici più anziani (oltre la metà hanno 55 anni).

Nel 2014 sono state erogate ancor meno borse di studio in medicina rispetto alle già scarse 4.500 del 2013.

E ancora oggi ci troviamo di fronte a una riduzione dei posti di specializzazione di area medica.

Per non parlare di tutti quei giovani fuggiti dall’isola: 26,4 mila hanno lasciato l’isola per trasferirsi in una regione centro-settentrionale, e i residenti all’estero si aggirano intorno ai 4.999.891 milioni.

Molti giovani medici preferiscono trasferirsi all’estero: da Palermo vanno via uno o due medici a settimana, perché qui hanno un problema di stabilizzazione occupazionale. I neo-laureati in medicina in Sicilia riescono sì a lavorare, ma maggiormente a causa di una sostituzione, e quindi sono soggetti sempre a lavori precari.

Il Governatore Musumeci ha dichiarato che in Sicilia sono presenti 411 posti letto in rianimazione, e sta lavorando per un incremento di 200 posti.

La Sicilia sicuramente si trova in difficoltà rispetto a Regioni come Lombardia e Veneto, le quali hanno strutture più all’avanguardia delle nostre ma, nonostante questo, sono comunque sature, e il flusso di tutta quella gente che sta tornando dal Nord non aiuta, e sono oltre 31 mila gli arrivati in Sicilia, che si sono autodenunciati alla Regione.

Ciò non è corretto nei confronti della loro terra natìa, portando nuovi contagi, sapendo che non ha una capacità sanitaria tale da poter affrontare una pandemia. Ma soprattutto non è corretto, a mio parere, nei confronti di una Regione come la Lombardia, che li ha accolti, offrendo loro studio, lavoro e una vita migliore, e la stanno abbandonando proprio in un momento di difficoltà.

In merito a ciò il Presidente Musumeci ha richiesto l’intervento dell’esercito per aiutare nei corretti controlli degli arrivi.

Secondo uno studio del CNR la crescita dei contagi al Sud ha subito un incremento 3-4 giorni dopo l’esodo dal Nord.

La Regione ha inoltre sollecitato al Governo nazionale strumenti per la rianimazione, mezzi di protezione per il personale e misure urgenti di carattere sanitario ed economico, per far fronte alla crisi economica che sconvolgerà l’isola.

L’assessore alla salute, Ruggero Razza, ha riferito che sarà varato un piano di assunzione straordinario di personale medico e sanitario.

Aumenteranno così i cosiddetti Covid-Hospital e giovani medici e infermieri siciliani avranno la possibilità di lavorare nella loro terra.

Con l’emergenza Coronavirus, mediante il nuovo Decreto “Cura Italia” si apprende che la laurea in medicina diventerà abilitante. C’è anche una norma che permetterà di essere considerati a tutti gli effetti “medici” immediatamente dopo la laurea (e il tirocinio pratico).

Circa 4mila appena laureati saranno automaticamente abilitati, quindi nuovi medici che interverranno nell’emergenza.

Ma perché aspettare un’emergenza sanitaria, anzi una pandemia, per incrementare il personale medico? Perché aspettare una situazione del genere per permettere a medici e infermieri siciliani di rimanere qui a lavorare?

Hanno già risposto oltre 7200 medici e più di 600 infermieri all’arruolamento straordinario, ed è previsto un ulteriore incremento.

La Regione si è inoltre preposta ad affrontare tale emergenza attraverso la produzione di mascherine (quelle mandate da Roma sono “panni per pulire”), igienizzanti per medici e operatori sanitari e dispositivi protettivi in 3D mediante sette aziende del Distretto Meccatronica, fondamentali per far fronte ai bisogni della nostra sanità.

A Castelvetrano l’imprenditrice Elena Ferraro ha messo a disposizione della sanità Regionale la sua clinica diagnostica per eventuali posti di rianimazione.

Nonostante i numerosi tagli da parte dei precedenti governi, e nonostante l’emergenza che stiamo affrontando, la Sicilia oggi però non si arrende, si rimbocca le maniche, lavora e dimostra di essere forte anche in questo.

Ho assistito personalmente ad un discorso fatto dal vice segretario della Lega On. Andrea Crippa, dove affermava che “alla Lega interessano persone che mettono a disposizione le loro capacità, il loro tempo e le loro energie per provare a ribaltare la Sicilia, per migliorare la cattiva amministrazione che c’è stata fino ad adesso”.

Condivido in pieno le sue parole e oggi, lontani dai vecchi politici siciliani che hanno rovinato il buon nome dell’Isola, stiamo dimostrando che possiamo ribaltare la nostra terra.

 

 di Miriam Di Girolamo

 

 

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